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Conosciamo l’evoluzione dell’attività della scrittura nel tempo

La nascita della scrittura è un affascinante capitolo nella transizione dalla Protostoria alla Storia. Per determinare quando e dove essa abbia avuto origine, dobbiamo innanzitutto definire cosa intendiamo con “scrittura“. Al giorno d’oggi, siamo abituati a una forma codificata e universale di scrittura, e non ci meravigliamo più del fatto che segni grafici, a cui è stato assegnato un suono e combinati in specifici modi, possano dar vita a parole con significati ben definiti. Queste parole possono essere utilizzate per creare frasi, sia semplici che complesse, al fine di comunicare informazioni, idee, emozioni e concetti astratti ad altri.

Oggi quasi tutti sono in grado di scrivere, tanto che anche nei paesi in via di sviluppo si sta cercando di porre rimedio all’analfabetismo, per offrire a ciascun individuo il diritto di imparare e di crescere nel modo migliore. Ma quando l’uomo ha cominciato a scrivere e come si è evoluta la scrittura nel tempo?

Che cos’è la scrittura?

Iniziamo con le fondamenta. Che cos’è, dunque, la scrittura? Per scrittura si intende l’arte di trasformare il linguaggio in una danza di segni grafici. La scrittura è un mosaico di simboli che danzano sulla tela del nostro linguaggio, e a seconda delle sfumature di questi segni, possiamo distinguere vari stili di scrittura:

Geroglifica: Questo stile era la cifra distintiva dell’antico Egitto e univa elementi alfabetici, sillabici ed ideografici in un armonioso balletto di segni.

Cuneiforme: Le sue prime tracce emergono nelle terre aride della penisola arabica, tracciando una storia millenaria di comunicazione.

Pittografica: Questa forma di scrittura mette in scena l’oggetto stesso, dipingendolo con pennellate visive invece di svelare il suo suono. È nata nelle antiche città mesopotamiche.

Ideografica: Un balletto di simboli, noti come ideogrammi, che danzano in relazione all’oggetto che rappresentano. Questa forma di scrittura è rintracciabile nella storia delle civiltà sumere, egiziane e cinesi.

L’antica arte della scrittura e le sue origini pittografiche

La pratica della scrittura ha affiancato l’umanità in tutte le fasi della sua evoluzione. Tutto ebbe inizio ben 35 mila anni fa con l’apparizione dei graffiti, segni noti anche come pittogrammi. La loro caratteristica peculiare? Erano comprensibili da chiunque, indipendentemente dalla lingua parlata (un po’ simile alle emoticon che noi utilizziamo oggi!). Inizialmente, la scrittura serviva principalmente come aiuto mnemonico: a ogni disegno veniva associata una parola specifica. In questo modo, non solo si comunicava, ma si stimolava anche il cervello a pensare, comprendere e, in seguito, esprimere idee personali.

L’evoluzione della società e della civiltà ha portato anche a una trasformazione nella forma di comunicazione. Fino a quel momento, i graffiti venivano incisi sulle rocce, ma col passare del tempo questo metodo di comunicazione non era più adeguato al nuovo stile di vita. Questa forma di scrittura era oggettiva, comprensibile da chiunque poiché rappresentava la realtà ma non consentiva di esprimere sfumature di significato, di pensiero o concetti astratti.

La scrittura in evoluzione: dall’ideogramma all’alfabeto

La scrittura è nata per esigenze molto specifiche, tra cui registrare, contare, catalogare beni e continuare a portare avanti tradizioni e miti. Vediamone i passaggi storici principali.

L’alfabeto: simboli e suoni

Uno dei passaggi più significativi nello sviluppo della scrittura è senza dubbio quello dell’invenzione dell’alfabeto, un gruppo di simboli specifici in cui i segni corrispondono ad un suono. L’alfabeto ha fatto la sua comparsa intorno al 1800 a.C. grazie alle popolazioni semitiche (Sumeri, Assiri, Arabi, Ebrei) nell’area della Mesopotamia, dove millenni prima era nata la scrittura. Tutti gli alfabeti del mondo, come l’arabo, il greco, il romano, l’ebraico e il cirillico traggono in qualche modo origine da questo codice semitico originario.

L’importanza della scrittura mesopotamica per l’umanità è stata spesso evidenziata in mostre e convegni. Ad esempio, qualche anno fa, una mostra a Venezia ha celebrato la rivoluzione della scrittura cuneiforme, attirando appassionati ed esperti del settore. Se la trascrizione concettuale è stata fondamentale per l’umanità, il passaggio dagli ideogrammi alla scrittura fonetica ha rivoluzionato completamente il nostro modo di comunicare.

Dalle tavolette di argilla alla scrittura digitale

Nel corso dei secoli, la scrittura ha subito non solo un’evoluzione grafica, ma anche tecnologica. Inizialmente, le parole erano incise su tavolette di argilla, mentre oggi sono i computer a ospitare i nostri testi.  La scrittura fonetica nacque con i Fenici e i Greci e si basa sull’associare un carattere a un suono, permettendo di rappresentare in forma scritta la versione orale del concetto da esprimere. Ogni suono è associato a una lettera, e con la corretta associazione dei suoni, è possibile costruire parole, ed è il fondamento del sistema di scrittura che conosciamo oggi. Un elemento chiave di questo processo evolutivo è la diffusione della carta e successivamente della stampa, che ha reso la conoscenza più accessibile e diffusa, un lungo percorso che ha trasformato la scrittura da un privilegio delle classi agiate in uno strumento indispensabile per la vita quotidiana.

La scrittura nel 2023

Con l’avvento degli smartphone e dei computer, la scrittura è diventata il principale mezzo di comunicazione. Oggi, chiunque può far pervenire la propria voce ovunque, e assistiamo a una crescente schiera di scrittori emergenti in cerca di visibilità e notorietà.

Ma è davvero un bene? Le risposte sono tante, e come per ogni novità, non si può escludere che vi siano vantaggi e svantaggi, anche se in ogni sua forma, la scrittura genera importanti benefici. Scrivere, infatti, implica la capacità di accedere a una forma di comunicazione che va ben oltre ogni limite. Grazie alla scrittura, abbiamo la possibilità di esprimere le nostre emozioni senza restrizioni. Lo stato emotivo e psicologico dell’essere umano è strettamente legato alla scrittura: essa è, infatti, un potente mezzo di comunicazione, con le sue sfaccettature positive e negative. A questa straordinaria invenzione dobbiamo tutto: essa ci ha portato a essere ciò che siamo oggi, con tutti i pro e i contro che ne derivano.

La scrittrice Alessandra Cotoloni si è sempre distinta come appassionata scrittrice di parole e storie. Il suo esordio nella narrativa risale al 2015 con il romanzo intitolato “L’anima sgualcita“, pubblicato dalla prestigiosa casa editrice Progetto Cultura. Nel 2017 è stata la volta di “Doppiopetto Blu“, un’opera pubblicata dalla rinomata Pegasus Edition, seguita nello stesso anno da “Femmina terra“, un romanzo edito dalle affiatate edizioni Betti. Ma l’apice della sua carriera è stato raggiunto a luglio 2023, quando la casa editrice San Paolo ha pubblicato il suo ultimo capolavoro: “La Tessitrice“. Per rimanere aggiornato su tutti i segreti della scrittura, puoi seguire il blog di Alessandra Cotoloni. Se desideri contattare questa eccezionale scrittrice per qualsiasi domanda o per discutere una possibile collaborazione, clicca qui e invia una mail ad Alessandra Cotoloni.

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Sinossi

Il Borgo

In un piccolo borgo toscano Castronuovo in Valle, arroccato su un monte e immerso nella natura, fra boschi ricchi di vegetazione ed un fiume Istieto che scorre ai suoi piedi, in una fabbrica di birra, nota nel territorio per aver dato lavoro a tantissimi abitanti del borgo e dei dintorni, si manifesta ad un tratto una particolare situazione. Alcuni dipendenti cominciano a licenziarsi, richiamati da un’impulso interiore che li spinge a cercare un’alternativa alla vita piatta e insoddisfacente che sentono improvvisamente di aver condotto per troppo tempo, divenendo apatici e insoddisfatti. Cominciano così a riscoprire in se stessi passioni ed attività sottaciute per tutti quegli anni, mettendo finalmente mano alla propria esistenza.

 

Nel frattempo un altro improvviso movimento inizia ad alterare le dinamiche della comunità: il borgo diviene oggetto di una sorta di esodo da parte di persone italiane e straniere che abbandonano volutamente le proprie città e I propri stili di vita, per rifugiarsi fra il silenzio  delle strade formicolanti di Castronuovo in Valle con l’intenzione anch’essi di dedicarsi a nuove passioni coltivate silenziosamente per anni.

 

Tutti, forestieri e cittadini, accomunati dalla stessa necessità di ricondurre le proprie esistenze ad una dimensione umana, che permetta  a ciascuno di riappropriarsi di se stessi.

 

Andrea, il carabiniere del borgo, sospettoso della situazione creatasi e temendo una specie di contagio virale dovuto a chissà che cosa, esterna i propri dubbi al suo superiore, il maresciallo Fraschetti. Si innesca così  un perverso meccanismo che vedrà il sopraggiungere  di un fantomatico Ministero dell’Ordine, che con i suoi esecutori chiamati “gli inquisitori” – uomini che sembrano privi di occhi e volto-  indagherà e interverrà in maniera inquietante nella piccola  comunità di Castronuovo in Valle, con l’intenzione di mettere fine a quella “sfrontata e inopportuna” libertà di decidere per se stessi, il proprio stile di vita.

 

Un libro che oscilla tra il reale e il surreale, una storia a tratti grottesca, volutamente esasperata al fine di condurre il lettore ad una riflessione sull’attuale stile di vita che conduciamo, a tratti ormai quasi passivamente, subendolo nelle sue forme più aggressive. Una storia che esprime il  malessere generale degli individui, che spesso prende forma nell’ esasperata ricerca di nuovi modelli di vita che permettano di  riappropriarsi del proprio spazio/tempo. Una realtà questa che si sta verificando in molti piccoli centri del nostro territorio in cui, pian piano, si manifesta la tendenza inversa a quella dell’abbandono, che li ha visti protagonisti negli anni sessanta.

 

Una storia che ci fa riflettere sulla nostra esistenza in un mondo che ci vuole sempre più succubi e preordinati ad una volontà socio/economico/politica tale da controllare quanto più possibile le nostre azioni, privandoci di quella stessa piacevolezza e leggerezza con cui  la vita meriterebbe d’essere vissuta.

 

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Bagasc

Il “bagascio” a Carrara era il ragazzino che dai 9 anni di età fino agli 11 circa, aveva il compito di portare  l’acqua ai cavatori, Bagasc è la storia di uno di questi ragazzini, del suo rapporto con le Alpi Apuane, della sua famiglia di cavatori  e dell’amicizia fraterna che instaura con un altro bagascio “il Secco”, che come lui scorrazza sui monti delle Apuane cogliendone a tratti la bellezza e al tempo stesso temendola per i numerosi episodi di incidenti spesso mortali che accadevano nelle cave.

La storia si sviluppa  nell’arco di circa trent’anni a partire dall’inizio del secolo scorso e si snoda attraverso i vari mutamenti sociali che caratterizzò quel periodo. In primo piano le lotte operaie dei cavatori per ottenere migliori condizioni di vita, con la Camera del Lavoro che, assieme ad anarchici, socialisti e  repubblicani, agì in difesa dei loro diritti, fino a toccare la prima guerra mondiale e le conseguenze che scaturirono, in fatto di povertà e disoccupazione, in tutta questa zona, per poi concludersi con l’avvento del fascismo e l’impresa dello scavo e trasporto del titanico monolite per realizzare  l’obelisco dedicato a Mussolini e posto nel foro imperiale a Roma.

La storia di un ragazzo e della sua famiglia che si intreccia dunque con quella che caratterizzò la vita di un’intera popolazione, che cominciava allora a prendere coscienza e consapevolezza della propria esistenza.

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taxi Milano25

Quando Caterina Bellandi, meglio conosciuta  in tutta Italia come  “Zia Caterina” – la tassista vestita da Mery Poppins che accompagna ed assiste all’ospedale Meyer di Firenze i bambini provenienti da tutto il nostro Paese, malati di cancro – mi ha chiamata e mi ha chiesto di scrivere la sua storia, io mi sono sentita particolarmente onorata.

Con lei ci eravamo conosciute qualche tempo prima e parlando, mi aveva affascinato la sua storia così particolare nata da un dramma personale, che  ha dovuto affrontare nella propria vita.

Venti anni fa, Caterina ha completamente ribaltato la propria esistenza per farsi portatrice della vita di Stefano, il suo compagno, venuto a mancare per un tumore ai polmoni. Lui, prima di morire, le aveva lasciato come eredità il suo taxi proferendo queste parole:”Tu, sarai taxi Milano25. 

Da quel momento Caterina ha cominciato a vestire un cappello carico di fiori, un mantello colorato, occhiali dalle forme bizzarre fino a divenire la famosa zia Caterina che da tutta Italia adesso, chiamano per averne assistenza e conforto.

Oggi è divenuta un personaggio pubblico, le trasmissioni televisive, incluse quelle della RAI la invitano a partecipare per parlare della sua missione, così come  diverse testate giornalistiche persino straniere, sono rimaste colpite dal suo operato e ne narrano la storia.

Da qui è nato il progetto di questo libro, che non è una vera e propria biografia, pur tracciando e parlando di alcune delle fasi importanti del suo percorso, quanto piuttosto un vero e proprio viaggio che ho fatto con lei salendo su quel taxi magico tutto colorato e vivendo le storie che lei affronta ogni giorno, perché è solo vivendola che si può comprendere tutto quello che Caterina compie per i propri bambini che chiama “supereroi”.

All’interno della storia incontri con personaggi noti e meno noti, da Patch Adams che l’ha voluta con lui in Russia, a Jovanotti, desiderio di un super eroe da esaudire, da Simone Cristicchi che ha regalato come prefazione del libro una poesia a lei dedicata a Giovanni Custordero, super eroe, la cui storia è rimbalzata dai telegiornali alle principali testate giornalistiche fino ad accedere in Parlamento. Insomma un caleidoscopio di umanità, un mondo infinito di portatori di amore.

Questo libro parla di dolore, ma anche di felicità, di coraggio, di morte, Caterina ci insegna a guardare oltre il muro dell’apparenza e ad imparare a vivere le diversità, qualunque esse siano, con rispetto e compassione, perché dietro anche un vestito bizzarro, come il suo, esiste una persona che ha fatto della missione d’amore per gli altri,  l’essenza della propria esistenza.

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Il diario di Pietra

I fantasmi sono fulmidabbili dopo la sua seconda apparizione”, è la storia, in parte romanzata, di un uomo realmente esistito che si chiamava Fernando Nannetti, nato a Roma nel 1927. Figlio di una ragazza madre, non si seppe mai chi fosse il padre di Nannetti, tanto che, come si era soliti allora distinguere i ragazzi senza padre, veniva individuato come figlio di N.N. Probabilmente sin dai primi anni della sua vita, Fernando aveva manifestato delle problematiche a  livello psichico, tanto che la madre, all’età di soli 7 anni, ricovera il giovane figlio presso un istituto per persone con disturbi mentali. 

Affetto da una forma di “spondilite” Fernando trascorrerà la prima parte della sua vita tra l’istituto e l’ospedale Carlo Forlanini, per curare la malattia che gli procurava forti dolori fisici. Di questi anni non si hanno particolari notizie se non che nel 1948, probabilmente a seguito di un banale diverbio con una guardia, è stato poi internato al Santa Maria della Pietà di Roma. 

Nell’ immenso ospedale psichiatrico, Fernando è venuto a contatto con il sistema manicomiale di allora in cui il paziente perdeva, una volta entrato in istituto, qualunque contatto con il mondo esterno e non solo. Gli atti di violenza che venivano perpetuati, fra cui l’utilizzo indiscriminato dell’ ellettroshock, allora impiegato come sistema terapeutico, erano metodi che influivano profondamente sulla personalità dei pazienti annullando la loro dimensione umana e  calpestando la loro dignità.

Fernando assiste a tutto questo, tuttavia negli anni di ricovero al Santa Maria, non manifesterà mai nessuna forma di condanna al sistema a cui lui stesso è assoggettato. Nella sua cartella clinica, lo definiscono “logorroico” in quanto, innamorato della propria città natale, Fernando non fa altro che parlare di Roma con grande ammirazione ed amore. Per questo motivo quando nel 1958, a seguito di varie convenzioni che vengono applicate sul territorio nazionale, Fernando viene spostato  al manicomio di Volterra, la situazione cambia totalmente. L’uomo comincia ad essere silenzioso, non parlerà quasi mai con nessuno, vivendo il trasferimento coatto come il più grosso affronto che gli possa essere mai stato fatto. Da questo momento  comincerà una vera e propria fase della vita di Fernando. Con l’ardiglione del gilet, di cui venivano dotati tutti i pazienti, Fernando trasforma il suo silenzio in grido e denuncia verso il sistema manicomiale stesso, attraverso il graffio dell’ardiglione sul ben 180  ml di muro perimetrale del Padiglione Ferri. Qui imprime con forza parole, disegni, frasi, a volte, per noi “normali” deliranti e non comprensibili, altre delle vere espressioni poetiche che esprimono una profondità umana da lasciarci attoniti per la saggezza e le riflessioni stesse che sono racchiuse in esse.

Il romanzo ha cercato di ripercorrere più che la vita di Fernando, trascorsa da sempre all’interno del manicomio, quanto piuttosto il suo stesso pensiero attraverso le frasi che ci ha lasciato sul muro del Ferri.

Il romanzo è scritto in terza persona, dove un ipotetico narratore esterno, racconta i vari episodi della vita  di Fernando, a cui poi si alterna un racconto in prima persona in cui lo stesso Fernando parla direttamente. Qui l’autrice ha cercato di immedesimarsi nel “folle”, dandogli voce attraverso gli scritti lasciati sul suo “Diario di pietra”. 

Oggi quella testimonianza di Fernando, che si è fatto portavoce dei dolori e delle grida di chi, come lui ha vissuto un’intera esistenza rinchiuso, si sta deteriorando ogni giorno di più a causa della sua continua esposizione agli agenti atmosferici. Con il suo completo deterioramento, non solo perderemo una delle principali forme di “ART BRUT” riconosciuta a livello internazionale (a Losanna al museo dell’Art Brut, è stata dedicata una sezione apposita a Nanetti), ma perderemo l’espressione di tutte quelle anime che trasudano attraverso i segni graffiati nel muro, perderemo la testimonianza di un sistema che ha visto annullare per decenni centinaia e centinaia di persone.

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LA TESSITRICE

Cosa succede quando in un paese di montagna delle Alpi Apuane, di poco più di duecento anime, abbandonato dai giovani, ammorbato dalla noia, un giorno arriva una donna con un grande telaio per tessere a mano? Lei è Filomena, sarda di origine ma cresciuta nella campagna senese da sempre. Rimasta vedova e con due figli ormai adulti, un giorno decide di lasciare la sua terra per regalarsi una nuova opportunità di vita e perseguire quel sogno che ha sempre sentito forte dentro se stessa: tessere, e per farlo sceglie proprio  questo luogo di montagna, silenzioso e quasi dimenticato da tutti.

Il suo arrivo, con il trascorrere dei giorni, genera tuttavia nel paese un movimento inatteso, pian piano si diffonderà una nuova energia, risvegliando gli abitanti da una morbosa sonnolenza interiore, orientata fino a quel momento, alla sola pigra attesa dello scorrere del tempo.

Accadranno così degli avvenimenti che, grazie alla “tessitrice” come presto in paese tutti la chiameranno, faranno riemergere, negli uomini e nelle donne, virtù dimenticate e sogni mai realizzati.

Tra l’onirico e il surreale questa favola per adulti porta alla riscoperta del significato di comunità, passione, collaborazione, amore e gentilezza. Una favola dentro la quale possiamo ritrovarci ognuno di noi con le nostre fragilità, paure e sogni da esaudire.

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FEMMINA TERRA

E’ la storia di Pietro, un giovane montalcinese che, infervorato dagli esempi di Assunto Pieri, un contadino innamorato della propria terra e del proprio lavoro, si impegna nella lotta mezzadrile entrando in conflitto con il proprio zio Angelo, capoccia della famiglia, che teme ritorsioni da parte del padrone. 

Pietro non si fa intimorire e prosegue la propria battaglia per migliorare le condizioni lavorative e di vita dei contadini.

Durante una veglia serale conosce Erminia, anche lei impegnata nella lotta sociale.

I due decidono di sposarsi, nonostante le difficoltà e le lotte per far valere i propri diritti.

La vita di Pietro prenderà altre strade rispetto a quella di Sunto, ma saranno sempre legate alla terra ed al mondo contadino, a differenza di chi aveva mollato tutto per cercare lavoro in città.

È una storia di intenso e delicato amore verso la terra e verso la natura.

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DOPPIOPETTO BLU

E’ la storia di una ragazza, poco più che ventenne, di nome Vittoria. Viziata e dal carattere aspro, Vittoria vive un pessimo rapporto con la madre Luciana, dovuto all’inesistente senso materno che la donna ha manifestato nei suoi confronti.

Luciana infatti, di velleità artistiche, ha dovuto da giovane interrompere i propri sogni perché, rimasta incinta, è stata obbligata dalla madre a sposarsi per proseguire la gravidanza. La nascita di Vittoria non ha altro che acuito negli anni, in Luciana, un senso di livore verso il marito e la figlia, ritenendoli responsabili della sua impossibilità di diventare una donna di successo.

Il romanzo si apre con una scena quotidiana familiare in cui Alfredo, il padre di Vittoria, comunica alla figlia che è stato messo in cassa integrazione a causa della crisi che la sua azienda sta attraversando. Da qui l’improvviso cambiamento delle condizioni economiche della famiglia, che da una situazione di benessere, si trova a dover affrontare le problematiche ad esse inerenti.

Per un insieme di coincidenze Vittoria conosce una ragazza che la convince, data la sua particolare avvenenza fisica, a diventare una escort, in modo da ottenere guadagni “facili”.

Comincerà così il suo rapporto con gli uomini, di cui ne scruterà con distacco gli aspetti del loro carattere, osservandoli sempre come all’interno di un gioco di dominazioni in cui la vera protagonista e conduttrice resterà sempre e comunque lei.

Questa nuova vita la trascinerà verso situazioni imprevedibili, fino a quando incontrerà fra i suoi clienti un vecchio conoscente, ritenuto da tutti il buon padre e marito per eccellenza da parte di tutti: Giacomo.

Sarà con lui che, da un rapporto di semplice “lavoro”, si innescherà invece una vera e propria storia, da lei ritenuta d’amore, ma che porterà alla fine a risvolti drammatici ed inaspettati.

Situazione questa che condurrà Vittoria anche ad una nuova  relazione con la madre Luciana.

Il romanzo è scritto in terza persona, come voce narrante, a cui si alterna il racconto in prima persona che Vittoria rivolge alla madre, condensato di tutti i particolari inerenti le proprie emozioni di figlia mai desiderata.

Tutta la storia è contestualizzata all’interno della realtà giovanile e delle difficoltà lavorative ed economiche che stiamo vivendo, dando uno spaccato di quella che è la società odierna colma di contraddizioni, di apparenze  e di difficoltà di comunicazione.

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L'ANIMA SGUALCITA

E’ la storia di Clelia una donna di quasi cinquant’anni, separata e con due figli adolescenti. Per quasi dieci anni, dopo la separazione, ha vissuto una storia tormentata con Bruno, uomo fortemente maschilista, ma per il quale Clelia ha nutrito un amore viscerale, ritenendolo l’unico uomo di cui si fosse mai innamorata nella sua vita.

A seguito della scoperta dei numerosi tradimenti di Bruno, avvenuti nel corso degli anni e di una storia seria che lui vive parallelamente da oltre due anni con Francesca, Clelia, in un primo momento, coraggiosamente sceglie di lasciarlo per ricostruire se stessa, devastata dalla mentalità maschilista e dominatrice di Bruno che lo ha visto protagonista di mortificazioni ed umiliazioni continue tanto da indurre Clelia a perdere qualunque sicurezza e stima di se stessa.

Rifugiatasi nel suo luogo di pace Altichiari, dove possiede una piccola casa in campagna, Clelia comincia il tentativo di una propria ricostruzione, aiutata dall’ambiente stesso sereno e semplice, all’interno del quale si sente protetta e cullata: sensazioni ormai perdute da tempo.

Nell’occasione ritrova anche un vecchio collega, Luca, uomo dolce e sensibile, con il quale si appresta a cominciare una nuova storia d’amore.

Tuttavia i ricordi del recente passato tormentano Clelia. Fortemente legata interiormente a Bruno, Clelia non riesce a liberarsi dei momenti e delle parole di quest’uomo che continuano a rimbalzarle nella testa, tormentandola.

In continua analisi con se stessa di tutto quello che è accaduto nel corso degli ultimi anni si sente soffocata da innumerevoli sensi di colpa verso quell’uomo , molti dei quali volutamente indotti da lui stesso con il suo prevaricante maschilismo.

Decisa però a vivere di nuovo, Clelia cerca di lottare contro i propri fantasmi, finché, un giorno, Bruno e Clelia si rivedono e, inaspettatamente, Bruno torna da lei per riprendersi quella sua “proprietà” che si vede minacciata da Luca.

Da qui comincia un nuovo inferno per Clelia. Da questo momento Bruno eserciterà una pressione su Clelia tale da sottometterla completamente alla sua volontà sia fisicamente che psicologicamente, al punto da renderla incapace di qualunque  propria  volontà. In tutto questo giocheranno un ruolo importante Martina l’amica di Clelia, sua confidente oltre che donna razionale e pratica che farà di tutto per svegliare Clelia dal torpore mentale in cui improvvisamente sembra caduta, e da Luca ormai innamorato di Clelia.

Sarà una battaglia dura quella che intraprenderanno, volta a far tornare la ragione a Clelia e a salvarla da quel baratro in cui sta cadendo e che , volutamente Clelia vuole ignorare , gettando su se stessa, solo su se stessa, tutte le azioni malsane di Bruno nei suoi confronti.

Il percorso di consapevolezza per Clelia sarà lungo e molto duro dovendo abbattere “convinzioni” in cui si era sempre rifugiata per accettare i soprusi indotti da Bruno, ma grazie alla sua interiorità (la bambina seduta sul monte) e all’aiuto di chi veramente le vuole bene, Clelia troverà alla fine il coraggio per reagire ed uscire, definitivamente, dall’oscurità tetra di un tunnel in cui si era immersa.

Le violenze sulle Donne spesso sono molto sottili e perfide nascondendosi anche in semplice espressioni e  parole oltre che in azioni fisiche. Solo la consapevolezza di se stesse, porta coraggiosamente a riappropriarsi della propria Vita.